22/12/2010 Festa di Natale alla REN SEI KAN
Sono trascorsi 14 anni e siamo ancora qui, meno male. L’incertezza di allora è oggi la consapevolezza che tanto si è fatto, e che ancora di più rimane da fare; l’entusiasmo, comunque, è quello si sempre. All’inizio colmava l’inesperienza ed i timori, oggi basta guardare questi ragazzi, tutti insieme come poche volte avviene, per rendersi conto che sono veramente tanti, tanti da colmare il tatami in ogni spazio. Ciascuno di loro ha qualcosa di me, come se mi appartenessero ed altrettanto io penso di appartenere a loro.
Sono i miei ragazzi, quelli che ho preso in custodia da bambini o da adolescenti e che, ancora oggi, si fidano di me, di quello che stiamo creando e di ciò che un giorno riusciremo a raggiungere. Ed ogni anno si aggiunge nuova linfa a stimolarci ed esortarci ad andare avanti.
La presentazione di rito, ha avuto i contenuti di sempre, ma come potrebbero cambiare se identico rimane l’obiettivo che ci prefiggiamo.
Eccoci ancora qui dopo 14 anni
Formare dei ragazzi sani moralmente e forti fisicamente, attraverso la pratica della nobile arte del Karatè. Ed è per questo che tutti noi adepti abbiamo deciso di accettare le regole, poche per i giovani (kohai), tante per gli anziani (senpai), che questa disciplina impone: serietà, impegno, costanza, spirito di sacrificio.
Il saluto: forma e disciplina prima di tutto
I nuovi adepti. Negli occhi dei nuovi atleti si legge l’entusiasmo per questa nuova esperienza, tanto avranno da imparare ma altrettanto io continuerò a ricevere da loro per proseguire in questo percorso che mi auguro possa accompagnarci per tutta la vita.
Dopo anni di insegnamento la tentazione potrebbe essere quella di dedicarsi soltanto gli atleti più avanti nel grado che, non può negarsi, sono quelli che più esortano lo studio avanzato per progredire nel percorso; ma con loro, che sono già abbastanza “inquadrati”, ovviante, tutto può essere più facile. Sono invece i nuovi, ed i piccoli in particolare, che ogni lezione mettono alla prova, prima di tutto, la pazienza e la perseveranza dell’insegnante, che sono alcune delle qualità essenziali per una corretta pratica delle arti marziali.
I nuovi adepti: serietà già abbastanza, tecnica un poco meno
I bambini un po’ più esperti. Poi c’è un gruppetto di ragazzini, cioè quelli che hanno già sostenuto uno o più esami, che continuano a stupirmi per l’impegno e la serietà. Composti nell’atteggiamento come quelli più adulti, ma che, soprattutto si applicano con determinazione. E’ proprio in questi ragazzi che vedo il futuro per le arti marziali in generale e per il karatè in particolare. Spero vivamente che l’entusiasmo non li abbandoni mai.
Loro ne sanno già qualcosa, ma l’emozione è sempre difficile da nascondere
Il Kyudo. La parentesi con il Kyudo ci riporta alla compostezza che è insita in questa disciplina che tanto pretende al di là dell’apparente gesto ripetitivo: “mirare” ad essere un tutt’uno con l’arco la freccia ed il bersaglio.
Il tiro con l’arco (Kyudo) dai contenuti sempre profondi
I principianti adulti. Negli adulti principianti riscontro la serietà che in generale contraddistingue gli allievi più esperti. Mi esortano a dar loro più di quanto in genere chiede un nuovo praticante.
La giovane esperienza vissuta dagli adulti
I bambini cintura di colore. Quelli che più di tutti mettono alla prova il mio insegnamento sono gli adolescenti cinture colorate. Conoscono ed applicano le regole del dojo ed ostentano quella sicurezza che spesso i più anziani non hanno ancora conseguito, ed allo stesso tempo dimenticano l’esecuzione di un kata ripetutamente provato. Sarà l’età, certo la pubertà è un periodo molto particolare; sarà la complicità che accomuna i giovani che condividono gli stessi interessi, ma sta di fatto che l’affetto che nutro per loro stimola in me le lezioni più proficue.
Dopo tanti anni riescono a farmi disperare tanto quanto si fanno amare
Kendo. Guardando il kendo, nobile e tradizionale arte della spada, penso al Bushido, la Via del Guerriero, al Samurai che studiava e si preparava per tutta la vita per imparare a “servire”. Ma soprattutto vedo nella spada il fedele compagno di tutta la vita
Il Kendo; tanta marzialità in un metro di spada
Le cinture marrone. Veloci, agili e coraggiosi come è giusto che siano i ragazzi che già da qualche anno praticano una specifica disciplina sportiva, palesano le incertezze dei giovani che ancora non hanno ben chiare le idee sul loro futuro. Tutti insieme rappresentano nettamente le contrapposizioni e allo stesso tempo l’armonia (jin e jang) che tengono il mondo in equilibrio.
Un po’ più di esperienza in questi giovani e quasi giovani
Le cinture nere. Alcuni di loro hanno iniziato con me ancora bambini e adesso frequentano l’università, altri più maturi sono diventati nonni; tutti loro, nessuno escluso, sono le mie creature, i figli adottivi che qualche anno fa hanno chiesto di essere condotti in questo percorso di vita; ed è un incarico che volentieri ho accettato e che cerco di svolgere con l’entusiasmo che ancora mi supporta.
Le cinture nere, tutte insieme con qualche assente giustificato
Alcuni sono già campioni, altri lo diventeranno, altri ancora non vinceranno nulla nel karatè perché la vita riserverà loro altri traguardi. L’auspicio che ho per ciascuno di essi è che possano diventare “campioni” nel percorso di vita che svolgeranno; ed io sono certo che così sarà perché a supportarli ci sarà l’esperienza acquisita ed i sacrifici profusi con la pratica del Karatè.
Povero Mirko, vittima incontrastata
Poco importa se non c’è stato molto tempo per preparare questo evento, alla fine tutto è andato bene. Mi hanno colpito le parole di un atleta, che per via della maternità si è trovata dalla parte degli spettatori, che così mi ha detto: “essere per la prima volta in mezzo al pubblico mi ha fatto percepire la profonda armonia che c’è nel gruppo”.
Io penso che di questa armonia noi stessi, forse, ci accorgiamo soltanto in particolari momenti, ma è quella che abbiamo creato e continuiamo a creare in ogni attimo di condivisione di questa esperienza.
Era questo uno degli obiettivi che ci eravamo prefissati quanto nel 1996 abbiamo realizzato il nostro dojo; e se davvero questo obiettivo è stato raggiunto, sono portato a sperare che siamo sulla buona strada per seguire il percorso che ci condurrà verso gli altri che ancora ci aspettano.
Tecnica di tameshiwari: questa volta si è rotta
Il Presidente. Lei ha concluso ringraziando gli intervenuti perché senza la partecipazione e la condivisione di tutti coloro che continuano a credere nel nostro impegno e nel nostro entusiasmo, nulla avremmo potuto avere se non buoni propositi.
A ciascuno il suo momento, adesso è quello del Presidente
Il pensierino finale per tutti gli atleti non è un obbligo ma un piacere che noi continuiamo a nutrire. Auguri a tutti, che il prossimo Anno possa dare a ciascuno la serenità necessaria per raggiungere gli obiettivi che si prefigge.
Aldo Milazzo